Il terzo giorno è stanchezza.
La mattina al Dicomac (Direzione Comando e Controllo a L’Aquila), con i controlli intensificati. All’ingresso chiedono il pass, senza pass aspetti. Il ragazzo vestito da finanziere alza il telefono e chiama. E’ sempre occupato. Ci riprova fino a quando non si stanca e delega. Sono strutture complesse, articolate, italiane, sotto stress.
Uno stress strano. Accanto alla stanchezza di chi è ormai al 13°-14° giorno c’è la sorpresa e l’incredulità dei nuovi: la sala dei bottoni e i luoghi visti in tv, la città apparentemente normale, con palazzi e negozi, supermercati. Ma tutto è chiuso. Le case sono vuote. Senza vita.
I pochi posti aperti sono oasi nel deserto. Ti sorprendono con la loro normalità.
Poi all’improvviso vedi una casa completamente abbattuta, solo macerie. E le rovine, le crepe, le finestre esplose, i calcestruzzi saltati. Qualcosa di violento è successo. Ecco un bar. Aperto da un lato.
“Macete” ci suggerisce il film per bambini: Ken Shiro, l’ambientazione è molto familiare di questi tempi: “quando studiavo qui la domenica mattina Via Strinella era vuota, e io ripetevo, sembra ken shiro“.
La gente ha paura.
La città vive nelle tendopoli. Tende sparute vicino le case. Sedie da campeggio e griglie per la carne, tende silenziose.
E poi macchine militari di tutti i tipi, i lampeggianti accesi e gli accampamenti blu. Appaiono così, dietro ogni angolo, i campeggi blu, pieni di tende, tutte blu, tutte uguali.
Il campo di Centicolella è gestito dalla croce rossa – che vuol dire esercito – l’ho scoperto oggi. Militari con regole militari e militari che dietro le cucine scherzano e ridono con i volontari. Fraternizzano, si rilassano.
Serve la disciplina? Protegge? Mette ordine? Si. Lo fa.
Ma dietro i discorsi ascoltati e quelli “rubati” sorseggiando il caffè gratis nella tenda gestita dagli scout c’è qualcos’altro. La mancanza.
Non potersi più fare il bidet prima di andare a letto, la mancanza di elasticità dei militari, di lucidità di molte persone, la mancanza di intimità delle tende e la mancanza di fiducia delle persone.
Un campo triste. Pieno di pioggia e pozzanghere. Fango e tende blu.
Sono io che prendo lentamente consapevolezza della situazione, ci provo, inizio a capire quali sono le difficoltà. Le prospettive.
Abbiamo proiettato solo il film serale. Nella tenda mensa. Il pomeriggio i militari ci hanno sequestrato la cassetta. Zona militare non si può riprendere. Stavamo intervistando i volontari che organizzano l’animazione per i bambini. E nonostante tutta la tranquillità e la disponibilità, le battute e lo spirito sociale alla fine della serata hanno tenuto la cassetta. Avevamo altro materiale lì su. Le immagini di un’ autocarrozzeria completamente distrutta. Le ruspe per togliere le macerie. Ci sono passato davanti tutti i giorni per più di un anno. Era orribile. Ci tenevo a quelle immagini. Mi sono reso disponibile a cancellare i 5 minuti di intervista davanti a loro. I ragionamenti, le promesse, non funzionano. La fiducia a zero. Le responsabilità esaltate ma troppo spesso delegate.
Domani stadio rugby, campo di Acquasanta.













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